mercoledì 5 febbraio 2020

Hidden Corner - L'angolo nascosto: Il mio viso davanti a voi di Alfred Hayes


Ed ora lasciamo la parola a Giulia. 
Per la rubrica Hidden Corner - L'angolo nascosto vi proponiamo un titolo abbastanza recente edito Rizzoli: Il mio viso davanti a voi di Alfred Hayes.

Titolo: Il mio viso davanti a voi

Autore: Alfred Hayes

Edizione: Rizzoli

Prezzo: ebook 8,99 €/ Copertina rigida 13,60 €

Genere: Narrativa contemporanea

Data di pubblicazione: 12 marzo 2019


Sinossi

Hollywood, fine anni Cinquanta. Durante una festa in una grande villa sulla spiaggia, un uomo salva una giovane donna che sta per annegare con un bicchiere di Martini in mano. Lui è uno sceneggiatore annoiato con la moglie a New York. Quasi senza intenzione, si lascia coinvolgere dalla giovane, bella e già amareggiata dall'amore, soprattutto da quello vissuto con uomini sposati. Una relazione fortuita che si gonfia come un'onda, raggiungendo un'intensità tale da risultare distruttiva. Sono due solitudini di segno opposto, del tutto impreparate a frantumare la parete che separa l'egoismo dalla condivisione, due solitudini che accomunano chi è alla ricerca di successo e che spesso è destinato a sopportare il peso del fallimento. Storia di una passione impossibile, «Il mio viso davanti a voi» è un romanzo in cui l'alcool e le notti di Hollywood sono lo sfondo caldo e perfetto perché si consumi un certo tipo di amore.

Recensione

Dovrebbe esserci l’oceano, a un certo punto – ho detto. Era inizio giugno e il viaggio stava finendo. A Los Angeles. Santa Monica, per la precisione. La nebbia, che sembrava – pietosa - coprire tutto perché non vedessimo la fine, era ad altezza occhio e lasciava spazio solo all’intuizione di quanto era intorno e oltre.
Lui ha risposto: - Forse. O Forse è evaporato tutto in nebbia, e il mondo sta per diventare un’altra cosa, e noi potremo rimanere qui per sempre.
È questo ricordo – la nebbia, Los Angeles, Santa Monica e poi una Hollywood di inaudita bruttezza d’animo, capace di tutto e di nulla al tempo stesso, con quelle sue stelle piantate nella terra come potesse dimenticare - che ho sentito riaffiorare alla mente davanti alla quarta di copertina. È con questo ricordo incastrato dietro gli occhi che sono andata alla cassa, ho pagato e ho cominciato la lettura, camminando sotto un cielo plumbeo e minaccioso.
E quell’oceano c’è stato, immediato. A pagina uno, quasi volesse rassicurarmi: non me lo sono sognato il suo rigonfiarsi scuro e pesante, l’ho visto davvero. A pagina uno, in bella mostra, con la sua mostruosa freddezza, a farsi osservare da uno sceneggiatore di New York mentre inghiotte una ragazza con un Martini in mano, a dare il via a una storia, la loro.
Sono gli anni Cinquanta e l’ennesima festa di quelli che contano volge al termine tragico e scontato di una giovane triste quasi attrice che forse vuole morire perché non ce l’ha fatta e viene salvata da uno sceneggiatore che fugge stando fermo perché lui sì, ce l’ha fatta. Tragico e scontato il legame di debito e credito che si genera:

Avevo come l’impressione che qualcosa fosse accaduto a causa mia. Salvarla, evidentemente, era stato un gesto intimo e tra noi era nato un certo tipo di relazione. Aveva rischiato di soffocare per l’acqua salmastra; era rimasta distesa sulla sabbia, senza tutte le sue pose, a vomitare; era stata tra le mie braccia, a quel modo, prima che la conoscessi o le rivolgessi la parola, prima che tra noi ci fosse qualsiasi tipo di rapporto o altre emozioni.

Lui, sposato e solo, che le pompa fuori l’acqua e le immette vita nei polmoni.

Pensai a mia moglie. Era lontana.
Dio, il matrimonio. Pareva non esistesse altro che il matrimonio, a pensarci bene, e quando ci pensavi, mio Dio, non esisteva davvero altro? Quello, e metter su famiglia. Quello, e guadagnarsi da vivere. Quello, e chiamare il carro funebre.

Lei, perduta, sola e qualcosa d’altro che non si può anticipare, che si lascia restituire un’esistenza di luci a stanca intermittenza e troppe ombre.

Scoprii che in qualche modo sapeva toccare il tasto della compassione; aveva l’aria commovente di chi è stato ferito.

Sembra tutto già scritto, lui lei la moglie a New York e l’anima oscena di una Hollywood nella quale si è prima soli e poi umani. È quello che ti aspetti, l’inizio di qualcosa. Dall’oceano alla terra tremante delle lenzuola scomposte, aspetti l’inizio dell’amore. Assisti al primo incontro dopo la quasi tragedia, il loro toccarsi senza avvicinarsi mai, il loro parlare senza dire. E poi i loro incontri, i loro letti, i loro segreti.

Guardandola, non riuscivo a ricordare chi fosse.
Pensai: non dovrebbe andare a letto con nessuno se non vuole far sapere i suoi segreti. Era qualcosa di più della nudità, della fiacchezza dopo l’amore.
Dormiva come chi non può più proseguire e si è già spinto troppo oltre.

La dichiarazione di un non amore al quale non credi perché non ci crede nessuno. E continui ad aspettare. Leggi, ancora e ancora, mentre le loro esistenze ti si srotolano davanti, e prima o poi ti accorgi che le parole hanno una prospettiva inusuale, corrono troppo velocemente verso qualcosa che l’animo – forse – non sa come abbracciare. Prima o poi capisci che la storia è quella della fine. I tuoi occhi sono incollati alla storia di come l’amore finisce.

L’innocenza era soltanto verità non detta.

Basterebbe questo a rendere questo romanzo qualcosa che non credevi di voler leggere e adesso non vorresti finisse. Ma non è ancora abbastanza, perché Hayes è stato molto più di un giornalista, di uno scrittore. È stato uno sceneggiatore. E a pagina 164 decide che è arrivato il momento di urlare ciò che, fino a un attimo prima, aveva soltanto sussurrato.

L’esperienza dell’orrore è un’esperienza di vuoto.

Il registro muta, i personaggi mutano, il lettore con loro. In un troppo da leggere e digerire, figurarsi perdonare, quel prima o poi diventa l’adesso e la sensazione diviene chiara: lo avevamo sempre saputo. Che sarebbe cominciata così, la storia della fine. Poi, a pagina 187, il libro finisce.
In una prosa che somiglia a un film, lucida, brillante, a tratti disturbante nella sua chiarezza, Hayes mette il viso di una città, di un’epoca, di un’esistenza davanti a noi e lascia che ognuno, in un momento di angosciosa consapevolezza, si riconosca in un punto qualsiasi del testo.



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