giovedì 4 aprile 2019

Le recensioni di Giulia: "Eleanor Oliphant sta benissimo" di Gail Honeyman


Proseguiamo la giornata con una recensione di Giulia. Ha letto Eleanor Oliphant sta benissimo di Gail Honeyman, edito Garzanti Libri, uscito lo scorso maggio.

Titolo: Eleanor Oliphant sta benissimo

Autore: Gail Honeyman

Edizione: Garzanti Libri

Genere: Narrativa contemporanea

Data di pubblicazione: 17 maggio 2018

Prezzo: 17,90 € cartaceo


Sinossi

Mi chiamo Eleanor Oliphant e sto bene, anzi: benissimo. Non bado agli altri. So che spesso mi fissano, sussurrano, girano la testa quando passo. Forse è perché io dico sempre quello che penso. Ma io sorrido, perché sto bene così. Ho quasi trent'anni e da nove lavoro nello stesso ufficio. In pausa pranzo faccio le parole crociate, la mia passione. Poi torno alla mia scrivania e mi prendo cura di Polly, la mia piantina: lei ha bisogno di me, e io non ho bisogno di nient'altro. Perché da sola sto bene. Solo il mercoledì mi inquieta, perché è il giorno in cui arriva la telefonata dalla prigione. Da mia madre. Dopo, quando chiudo la chiamata, mi accorgo di sfiorare la cicatrice che ho sul volto e ogni cosa mi sembra diversa. Ma non dura molto, perché io non lo permetto. E se me lo chiedete, infatti, io sto bene. Anzi, benissimo. O così credevo, fino a oggi. Perché oggi è successa una cosa nuova.



Recensione

Friedrich Nietzsche ha scritto: Nella solitudine, il solitario divora sé stesso.
Gail Honeyman: Eleanor Oliphant sta bene, anzi: benissimo.

Eleanor, trent'anni, da nove impiegata in un'azienda come contabile e da venti, o giù di lì, una brutta cicatrice su una parte del viso. Una casa nella quale non entra nessuno, strade sempre identiche e ore di anonimato a tracciare una esistenza priva di qualsivoglia slancio sociale, ad eccezione di una telefonata settimanale e una pianta.
Questo è quanto – quanto basta, quanto avanza e quanto è dato.
Una apparente commedia introspettiva sull’ordinarietà dei “Bei Giorni” che di bello hanno, nello scenario di un autismo di seconda mano, il ripetersi, il ripresentarsi, immutati nella loro certezza di accadere.

Io sto bene. Anzi, benissimo. O così credevo, fino a oggi. Perché oggi è successa una cosa nuova.


Friedrich Nietzsche ha scritto: Nella solitudine, il solitario divora sé stesso. Nella moltitudine, lo divorano i molti.
Gail Honeyman: Eleanor Oliphant sta bene.

Ha pazienza, Gail Honeyman. E ha bisogno che ne abbia anche tu, pagina dopo pagina, che non ti arrenda, come non si è arreso lui. Ha bisogno di tempo, il tuo, di quello di un vecchio, di un malore, di un cantante, di un collega. Di quello della vita, nel capolavoro della solitudine che si apre alla moltitudine, al dolore, al sole perpetuo della follia come rifugio. Appiccica addosso ai personaggi la stessa inconsapevole comprensione che scava dentro di te, costringendo tutti all’enorme sforzo di non lasciare indietro nulla, non dimenticare nulla perché significherebbe dimenticare Eleanor e se stessi. Concede ad ognuno le parole e l’illusione di una vita nuova, indossata con un nuovo paio di scarpe.

Ero pronta a risorgere dalle ceneri e rinascere.

Poi mette un punto, ma tu non lo sai.
Volti pagina e “Brutti Giorni” è un “a capo” che non sapevi di voler leggere.
Un libro nel libro, nel quale il mondo torna a girare su se stesso ed Eleanor, nuda, in una cucina, dimentica di qualunque pensiero congruente, guarisce.
Come può. Quanto le è concesso.
Le parole si caricano di una avidità inconsueta, sembrano saltare dal testo agli occhi e, contemporaneamente, scriversi dall’occhio al testo, come fossi tu a imprimere quel” a capo” sulla pagina. Come fosse tua, quella vita, incompleta, disordinata, disorientata.
Che non sapevi di voler leggere ma sai di voler scrivere.

Quando ho chiuso il libro, ho respirato (quanto tempo prima avevo smesso di farlo?) e, nella terra dell’abbandono sulla quale poggia il piede al termine di una lettura, ho percorso un lungo ininterrotto pensiero.
Ho riguardato l’intero testo, rievocando l’immagine di un personaggio la cui ordinarietà si ficca nella retina e rimane lì, china sul cruciverba compilato con la stereotipia compulsiva dell’essere a proprio agio nel completo disarmo mentale, sul pranzo consumato nel silenzio popolato di voci, sulla vodka come anestetico emotivo.
Ho guardato alla sua routine, congruente nell’essere sempre identica a se stessa e, contemporaneamente, minuziosamente deviata da un brillante variabile incontrollabile – la vita.
Ho ripercorso l’esistenza di tutti, inconsapevoli protagonisti di un controsenso, un errore perfetto: si muore nei giorni belli, si vive in quelli brutti.

Friedrich Nietzsche ha scritto:  Nella solitudine, il solitario divora sé stesso. Nella moltitudine, lo divorano i molti. Ora scegli.
Gail Honeyman: Eleanor Oliphant.





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